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Benvenuti nel sito di Guido Sartorelli.

LETTERE A GUIDO

Questa sezione raccoglie testimonianze professionali e personali, dando vita a un racconto corale costruito grazie ai ricordi di chi ha conosciuto Guido Sartorelli o è entrato in contatto con la sua arte. Il progetto a lui dedicato nasce proprio da questo insieme di voci, con l’intento di preservarne e diffonderne la memoria artistica e umana, non solo attraverso la documentazione disponibile, ma anche tramite le parole di chi lo ha conosciuto direttamente.

GIOVANNI DISTEFANO

Editore

GUIDO SARTORELLI UN AMICO E UN MAESTRO
Se Nexus continua a vivere è in fondo anche un suo grande merito, nel senso che in certi momenti senza di lui e senza i suoi insegnamenti questo periodico dedicato a Venezia, la città che lui amava in modo straordinario coinvolgendomi in altrettanto amore, avrebbe chiuso già da tempo.
Quando la prima redazione che riuscì a produrre 3 numeri decise di sciogliersi fu Guido a sostenermi nella preparazione dei vari numeri, per anni con l’aiuto preziosissimo, sempre, di Letizia Lanza. Poi riuscimmo, lui e io, a coinvolgere Paolo Pennisi e furono momenti splendidi per Nexus. Mancato Paolo è stato ancora Guido l’anima del periodico fino a quando non si è formata una redazione tutta femminile: Letizia Lanza, Mariuccia Regina, Cristiana Moldi-Ravenna, Daniela Zamburlin, e allora Guido ha cominciato a defilarsi. Proprio con gli ultimi due numeri (99 e 100) ero riuscito a convincerlo a riprendere i contatti con Nexus e lui aveva ideato una rubrica, Controcorrente, controcorrente come lui è stato nella sua vita, seguendo sempre il suo pensiero, mai piegandosi alle mode, mai uniformandolo: sempre un po’ sopra, sempre originale, sempre il pensiero di Guido Sartorelli.
Un amico che mi manca, anche perché Guido era prodigo di consigli, di stimoli. A lui devo molte altre cose, a lui devo gli incoraggiamenti a continuare certi lavori su Venezia. Ricordo qui le sue copertine del volume Storia di Venezia 1797-1997 (Supernova 1996-1997) che ho scritto con Giannantonio Paladini, e molte altre copertine di Supernova che non volle mai firmare. Non posso dimenticare che con lui ho progettato l’Atlante Storico di Venezia (Supernova 2007), che sua è l’idea dell’impaginazione e che senza il suo sostegno avrei forse abbandonato a metà l’opera, quando il peso delle notizie storiche da sistemare sembrava schiacciarmi. A Guido devo molto, moltissimo.
Da parte mia ho cercato di editare al meglio con i tipi di Supernova, ma sempre sotto la sua puntuale e decisa regia, tutti i suoi libri sull’arte. Pensiero sottile quello di Guido, intelligente, chiaro, stimolante. I suoi libri sono tappe fondamentali nel percorso artistico.

Denis Isaia

Ufficio Collezioni –
Direttore sostituto MART ROVERETO

–

Rovereto, giugno 2026

“Il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto conserva due opere di Guido Sartorelli. 
Entrambe sono frutto di una preziosa donazione a integrazione delle testimonianze sulle seconde avanguardie del Novecento.
Con questo proposito, nel 2016, presso la Galleria Civica di Trento è stata esposta la serie Il segno urbano.
Codice veneziano (1977) in occasione della mostra L’avanguardia intermedia con la cura di Alessandro Del Puppo con Denis Viva e Gabriele Salvaterra.
Il progetto espositivo ha fatto il punto sulla sperimentazione a Venezia tra il 1913 e il 2013. L’affondo lagunare del progetto combaciava perfettamente con l’indagine fotografica sui codici visivi della città, testimoni del fare errante e combinatorio di Sartorelli.
Memori di quella scelta nel 2025 abbiamo accettato con interesse la donazione di Città – Mass media (1983).
L’opera comprende sei pannelli di 60×80 cm cadauno. In ognuno Sartorelli affianca le fotografie di alcuni dettagli d’arte pubblica – una statua equestre, un timpano barocco, un obelisco – con una o più fotografie di schermi televisivi. L’artista punta l’obiettivo della macchina fotografica e con esso il dito sulla combinazione tra lo spettacolo della comunicazione monumentale pubblica della città che si traduceva, nel passato più di oggi, in comunicazione pubblica e la comunicazione contemporanea racchiusa nello schermo televisivo. Pur non sottolineandolo, pare evidente che nella logica dell’artista tale miniaturizzazione, dallo spazio urbano a quello televisivo, corrisponde a una riduzione della visione.
In altre parole, il nostro codice non si concretizza più nella materia costruita o scolpita, ma nelle immagini che si susseguono in un piccolo quadrato.
Se avesse visto l’esplosione degli smartphone, chissà l’ottimo Sartorelli che avrebbe pensato…”

PIER PAOLO FASSETTA

videoartista e fotografo

Caro Guido,
di questa mia esperienza te ne avrei parlato la prossima volta che ci fossimo incontrati.
Una sera della scorsa primavera a Milano, affacciandomi alla finestra della stanza d’albergo, fui attratto da una grande luce al neon che illuminava il cielo e le pareti dei colori del glorioso marchio Martini & Rossi. 
Sopra il tetto di un palazzone, una enorme insegna, sostenuta da una scheletrica impalcatura in ferro, si accendeva e spegneva riempiendo di sgargianti colori il nero della notte. Una sorta di grande dinosauro che, con regolare cadenza, si svelava agli occhi dei passanti. 
Pensai a te, a quando mi parlavi con una certa nostalgia di Piazza Duomo illuminata dalle insegne pubblicitarie, alla Milano degli anni ’60 nebbiosa, annerita dallo smog, attraversata dalle luci caotiche della Città che sale. 
Oggi le insegne non ci sono più. È tutto più moderno. 
Grazie per la tua amicizia. Buon viaggio.

LINDA MAVIAN

Poetessa. Storica dell’arte, si occupa di beni culturali e di paesaggio.

Caro Guido, la nostra amicizia è nata circa dodici anni fa. 
Abbiamo cominciato a frequentarci proprio nell’ambito della collaborazione a Nexus; rappresentavi un punto di riferimento per tutto quanto concerne la città di Venezia, il suo divenire, gli interventi recenti sul suo tessuto urbano; mi consultavo con te quando, nel redigere un articolo su tali argomenti, avevo qualche incertezza. Fin da allora ero rimasta colpita dalla tua innata gentilezza e dalla disponibilità dimostrate nel fornirmi elementi in grado di dissolvere i miei dubbi. 
In questi primi passi della nostra amicizia, mi sembrava quasi impossibile potermi rivolgere a te con tale semplice facilità, in quanto rappresentavi “un mostro sacro”. 
Alla fine degli anni Settanta, infatti, avevo avuto modo di apprezzare la tua mostra Il Segno urbano alla Fondazione Bevilacqua La Masa, segnalataci all’Università da Giuseppe Mazzariol, che aveva promosso alcuni seminari sulla città di Venezia. 
Da allora la tua immagine era rimasta connessa a grande rispetto e ammirazione. 
Ti sono grata per la tua amicizia, che si è consolidata nel corso degli anni e che considero un privilegio. 
Ho potuto così accostarmi alla tua espressione artistica e apprezzare il rigore con cui davi forma al processo creativo. 
La tua sensibilità, così acuta, e il tuo grande senso civico divenivano talora per te fonte di sofferenza, perché eri incline a vivere fino in fondo, portandone dolorosamente il peso, le contraddizioni che lacerano il nostro tempo. Visitare con te un’esposizione costituiva una grande occasione: grazie alle tue riflessioni e alla tua guida, significava entrare in una dimensione senza tempo, in un territorio da cui le turbolenze e la sofferenza rimanevano momentaneamente escluse. 
Nei momenti difficili sapevi sempre, con sollecitudine, porgere sostegno e conforto. 
In questi anni avevamo avvertito alcune affinità, quali l’interesse per la città e per i processi insediativi, scoprendo che, proprio in questo campo, un dato ci accomunava inconsapevolmente: il titolo Città leggera, che denominava un tuo quadro e una mia raccolta di poesie. 
Frequentarti è stato un dono; stare accanto a te, infatti, significava avvicinare la delicatezza del tuo animo, giovarsi della tua diretta esperienza dell’arte, della generosità con cui trasmettevi il tuo pensiero, profondo e motivato, offerto con garbo e senza alcun accademismo, sia durante il dialogo, sia nell’incontro con le tue riflessioni tramite la lettura dei numerosi libri da te scritti, in cui si percepisce la tua naturale inclinazione per tale forma di comunicazione. 
Nel tempo si era andata delineando la volontà di realizzare insieme un progetto, che potesse racchiudere il nostro simile e, al tempo stesso, diverso processo espressivo. 
Anche di questo ti sono profondamente grata. 
Aver potuto condividere con te alcune realizzazioni è stata, infatti, un’esperienza che mi ha immensamente arricchito. Tra esse, il libro di poesie Aliante del mattino, edito da LietoColle nel 2008, in cui sono pubblicate alcune immagini desunte dalla tua serie dedicata alle Cattedrali europee. Il libro non ha tratto giovamento solo da questo tuo prezioso apporto, ma anche dall’aiuto, che, durante la fase preparatoria, hai saputo porgere, con la tua particolare sensibilità, nella scelta delle poesie e delle sequenze con cui esse vennero presentate. 
Alcuni anni dopo, nel 2011, abbiamo dato forma a un progetto ancor più impegnativo: per i tipi della casa editrice Supernova, è stato pubblicato Dove la città diviene cielo, di cui siamo coautori, tu per le bellissime immagini, io per le poesie e, insieme, per la scelta delle sezioni, in un procedimento di convergenze così bene interpretato da Toni Toniato, nella sua introduzione al libro. 
Caro Guido, grazie, mi mancano tanto la tua amicizia, la tua raffinata intelligenza e la tua bontà, manchi a tutti noi e alla Città.

MARISA TUMICELLI

Poetessa e critica d’arte

In questo libecciare altissimo dell’aria
“Si risommuove il cielo delle nubi a strati / il vento che dismembra in questo libecciare / altissimo dell’aria e si rifende / in vertigini d’azzurrità mutevole…” 
Giorno di ottobre con solennità d’autunno
“Si smorzano e riavvampano tutte le cose che la luce incontra”. Si è spezzato il tuo cuore in un solco di vita. Dolore… dolore… Nel tempo di un istante la tua rapida assenza ma come luce venuta dal mare la tua silenziosa presenza con sguardo e capelli sparsi a dare fiato alle mie parole, a colorire i miei pensieri in un balzo di immagini. Dentro un ardore di incontri d’arte eri effusione di parola. 
“Sentivi il battito fremente delle cose.” Idee sognanti con sensibilità d’amore le tue opere. Visioni di luce soffusa su geometrie di spazi. Le ho contemplate nei libri poetici di Linda Mavian. Immagini nate da versi “che suonano nel cuore.” Pagine preziose che avvolgono dentro respiri d’aria. La tua fantasia a esprimersi con leggerezza di peso quasi in sospensione. Bellezza in ascensione, bellezza che veleggia, bellezza stupore essenza. Artista raffinato a celebrare delicate composizioni con rara intensità alfabetica. Soffici incanti. Grazie per il dono della tua amicizia nel tempo d’estate con vicinanza di residenze. Le serate di poesia sotto le stelle. I giardini fioriti. Il volto della luna. Ripenso a quei momenti. Uno scorrere di parole e sorrisi, di affettuosi saluti, di vibrate gentilezze “fra quiete trasparenze” nel respiro di brezze marine. Mi chiamavi Marisella… Con dolcezza. 
“Il ricordo della tua voce che sorride è qui.” Quella voce stanca dentro il telefono dal tuo letto di sofferenze e di speranza a ripetere versi che ti inviavo. Poi giorni dentro silenzi. “Una chiamata verticale fra cime, fra stelle. Un canto d’eternità immenso.” E tu a dire: “E resto qui. Resto, non torno.” E io a inaugurare uno stupore “in un libecciare altissimo dell’aria.”

CRISTIANA MOLDI-RAVENNA

Poetessa e curatrice di pubblicazioni d’arte

Ricordare le mostre che Guido Sartorelli e io abbiamo realizzato assieme per 5 anni dal 1980 al 1985 è molto piacevole ed è un modo per celebrarlo. È cominciato tutto per caso durante un viaggio in auto verso Londra, Guido era ospite della mia famiglia. 
Avevo già realizzato delle mostre concettuali. E Guido aveva la fissazione del Segno Urbano che modifica la realtà visiva di ogni città e particolarmente di Venezia (si ricorda la mostra rivoluzionaria alla Bevilacqua La Masa fine anni ‘70).
L’idea prima della nostra collaborazione apparve molto chiara andando in auto verso Londra, mezzo indispensabile per osservare città e paesaggi da vicino. Modi di vita urbana e rurale, mano a mano che si procedeva, ci venivano incontro. Era una sfida che conoscevo da sempre, quella di indovinare il tipo di città che si sarebbe visitata da dettagli esterni, anche minuscoli, che permettevano di capire la trasformazione dei territori. Guido si arrabbiava furiosamente quando vedeva la trascuratezza in cui molte città versavano, al sud, e anche Venezia stessa. Si arrovellava sulla incapacità dei governi locali ad amministrare il decoro. Alla frontiera con la Svizzera, ricordo, raggiunse il massimo livore perché si domandava come mai in Svizzera, appena attraversato il confine, gli apparati urbani, dai marciapiedi alle aiuole fiorite, fossero così ordinati, così rispettosi del suolo pubblico, con una progettualità etica così elevata. “Forse perché erano pochi, ricchi o che cosa poteva essere mai?” A quel punto mio marito, architetto, adduceva motivi di tradizione urbanistica e architettonica, per cui il pensiero dei progettisti veniva rispettato completamente in quella nazione.
Invece io, da sempre attratta dalle diverse ritualità e organizzazioni religiose (ognuno ha un destino segnato anche nel nome, per me anche nei cognomi) aggiungevo che, più logicamente, Giovanni Calvino nella sua Institution Chrétienne aveva influenzato prepotentemente la società elvetica con le sue Regole severe, ispirate al vivere civile come in una cittadella celeste in cui tutto quello che veniva fatto, fin dai lavori più umili, doveva essere realizzato per glorificare il Signore. Poi sciorinai da sapientina alcune di quelle regole, ad esempio e prima di tutte, la confessione diretta con Dio, e la logica incertezza dell’assoluzione, motivo per cui le persone dovevano comportarsi con rigore e lealtà, come in tutte le religioni protestanti.
La religione cattolica invece perdonava e quindi il peccatore una volta sicuro dell’assoluzione, poteva tornare a peccare. Guido rimase molto meravigliato e zitto. La motivazione religiosa era pertinentissima e lo colpì molto. Prima di tutto perché era ateo, con un certo vanto, e aveva sempre considerato le ritualità, in particolare quella cattolica, come una manifestazione di ignoranza e di mancanza di analisi razionale.
Negli anni ‘80 c’era un gran fermento culturale e si proclamava l’utilità degli artisti nella società. Da Modena ci arrivò l’incarico per un’analisi tematica di questo tipo, le amministrazioni emiliane erano sempre avanti rispetto alle altre per Cultura. Doveva essere documentata con foto, e nacque così Roma – Ginevra Corrispondenze tra cultura religiosa e segno urbano. Ebbe un grande successo, pubblicazione di 20 pagine su inArch di Bruno Zevi, per la novità dell’analisi religiosa che veniva proposta e dell’influenza che da sempre la religione esercita psicologicamente sui popoli fino a dettare le regole del vivere comune e a plasmare la trasformazione dei segni della città. La mostra venne esposta in varie città e fu la prima, forse la più importante di altre che arrivarono, perché le motivazioni tematiche alla base dell’analisi fotografica erano estremamente convincenti e originali. I nostri lavori erano considerati “di utilità culturale per la società” ed erano conseguentemente ricompensati economicamente. Guido teneva molto al ruolo dell’artista come faro, come indefesso lavoratore del cervello. I critici più attenti registrarono l’importanza storica dei nostri lavori, in particolare G.C. Argan, Enrico Crispolti, A. Bonito Oliva, Giorgio Cortenova, Gillo Dorfles, Mirella Bentivoglio, il filosofo Mario Perniola, Wilfried Skreiner e prima di tutti Toni Toniato.
Altri addetti ai lavori riconobbero l’assoluta originalità del nostro prodotto. Guido si tenne, in modo molto deciso, sempre sull’interpretazione dell’apparato effimero della città e io su quello storico letterario. Nel Segno di Modena e Nelle forme della città, Galleria del Cavallino, Venezia; Semiopolis, Comune di Venezia; Graz Zeichen Eine Stadt, Landesmuseum di Graz; La città come mezzo pubblicitario, Venezia; La città come strumento di comunicazione, Siena; Metamorphoses, Marsiglia (organizzata da Gianni De Luigi). Una decina di progetti e mostre di cui la più complessa fu senza dubbio Semiopolis, in cui confluirono le esperienze delle passate mostre e si cercò di dare un’idea complessiva di quello che significa “città” nel mondo, con foto di New York, Londra e altre importanti metropoli. Enrico Crispolti avrebbe voluto curare una pubblicazione sulle nostre mostre sulla città, ma poi mancò l’accordo. È un progetto che sicuramente Guido amerebbe veder pubblicato. 
Poi Guido si dedicò alla frammentazione delle immagini e alla fantasiosa ricostruzione di realtà urbane. Comunque la nostra scommessa di riuscire ad analizzare e sintetizzare i pensieri dei popoli che avevano costruito le città era vinta. Il nostro studio diventava quasi automatico. Il metodo consisteva nel partire da dati geografici, storici, etnici in maniera molto analitica. Tutte le città potevano essere studiate come noi avevamo fatto. È un suggerimento per il futuro: se ci saranno forze impegnate costantemente a capire e risolvere gli ingorghi urbani, in particolare ora che il turismo sembra essere l’unico metro di analisi delle realtà, le nostre città potranno ancora vivere la dimensione “cartesiana” che Guido Sartorelli prediligeva.

CLAUDIO FASOLI

sassofonista e compositore italiano di jazz

IL MIO AMICO GUIDO SARTORELLI 
Abitavamo al Lido di Venezia, in via Lepanto, lui al pianterreno ed io al piano sopra il suo. Aveva un bel giardino pieno di alberi di fichi e di amoli  nel quale razzolava  qualche gallina e qualche raro tacchino.
Sua sorella era sempre molto sorridente e la mamma molto allegra e mi salutava con simpatia quando io mi affacciavo alla finestra. Di suo papà ricordo solo che era stato ferito combattendo e che poi era rientrato al Lido.
Aveva cinque anni più di me e questa differenza di età influenzò i nostri giochi, quando eravamo piccoli. Quando si ha 5 e 10 anni oppure 10 e 15 è difficile giocare insieme però ci eravamo simpatici. Gli studi, il lavoro e la vita ci allontanarono per un po’ ed iniziammo conoscerci quando mi fece arrivare 2 suoi piccoli olii e allora ci incontrammo a Milano. Ormai grandi. Guido era rimasto come me lo ricordavo: cordiale, disponibile, schietto, molto impegnato, molto curioso, che si muoveva con padronanza e intelligenza nella cultura. Scoprii che era molto documentato sulla mia attività musicale e mi colpì il suo apprezzamento. 
Visitai a Milano una sua esposizione e vidi la forza dirompente delle sue opere che però mi fu più chiara quando me ne parlò perché io suonassi in occasione di qualche sua vernice. E così ho incontrato il suo coraggioso pensiero, il suo innovativo linguaggio, la sua  imprevedibilità manifestata soprattutto nelle immagini fotografiche tagliate e ricomposte in componimenti espressivi ed esplosivi. 
Iniziammo a frequentarci. Ormai eravamo grandi  e potevamo scambiarci idee e prospettive, lui aveva un pensiero inesauribile ed insieme cercavamo il nuovo ed il diverso, l’imprevedibile. 
Io suonavo musica “difficile” e lui faceva opere “difficili”. Ci eravamo incontrati.

ANGELA MADESANI

Storica dell’arte e curatrice

Prima di scrivere questo breve ricordo, ho guardato le foto di Guido. Caro Guido con il gatto nero in braccio. Una passione, un amore quello per il mondo felino che ci legava, condiviso anche da Graziella, sua moglie. 
Il primo incontro con il suo lavoro è stato in occasione del mio libro sul cinema e il video d’artista, Le icone fluttuanti. In quell’occasione ho iniziato a guardare con interesse al panorama veneziano al quale Guido apparteneva, alla Galleria del Cavallino che tanto aveva fatto per la sperimentale storia del video nel nostro paese. Era un artista intelligente, la sua ricerca nell’ambito del concettuale è stata importante, in linea con quanto accadeva nel resto d’Europa. Nel nuovo millennio alcuni dei suoi lavori avevano un taglio politico, civile.
La sua prima personale che ho curato è stata da Michela Rizzo, nella piccola galleria dietro San Marco, nel 2007. 
Sono passati quasi vent’anni dalla mostra da me ordinata nello spazio di Maria Cilena, in via Farini, a Milano, con Pier Paolo Fassetta e Luigi Viola. Quel mondo veneziano era ben poco conosciuto a Milano e per alcuni la loro mostra fu una vera e propria scoperta.
Guido era un uomo generoso. Mi donò un libro prezioso che cercavo da oltre dieci anni, che avevo visto nella sua libreria nello studio. Mi ricordo di essere uscita da casa sua, al Lido, con il libro fasciato nella mia sciarpa. Da quel giorno ho deciso che a Guido non avrei potuto negare il mio ascolto, la mia attenzione. Aveva fatto un gesto delicato e stupendo al tempo stesso.
Se n’è andato nell’ottobre di dieci anni fa. Non ci eravamo sentiti nell’ultimo periodo. Ero impegnata a curare mia madre, che stava molto male. Sarebbe mancata dieci giorni prima di lui. In taluni momenti lo penso, penso alla sua curiosa pettinatura a caschetto, alle sue battute pungenti, alla sua ingenuità mascherata, al suo lavoro intelligente. Una sua opera con l’analisi de Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello è appesa sul muro di casa mia…un lavoro profondo, pulito e razionale, tra i suoi che preferisco di un periodo straordinario che andrebbe ancora studiato con la dovuta attenzione.

FRANCESCA GALLO

Professoressa associata di Storia dell’arte contemporanea, Direttrice MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea –
Sapienza Università di Roma

Guido Sartorelli: mosaico e pittura in videotape[1]
Il grande volto dell’Ecclesia romana, frammento musivo del XIII secolo d. C. proveniente dalla Basilica di San Pietro in Vaticano apre Analogie, il videotape di Guido Sartorelli realizzato nel 1978 presso il laboratorio video della Galleria del Cavallino di Venezia. Seppure in bianco e nero e privato della corona, tale sorprendente primo piano rimane impresso nell’osservatore anche quando, nello scomparire, viene assorbito dalla cosiddetta “neve elettronica”, il pulviscolo del teleschermo della tv a tubo catodico non è sintonizzata, come si comprende a conclusione del movimento di camera che inquadra appunto il televisore. Da tale brulichio, infine, emerge un particolare della tela Costa Azzurra, dipinta da Paul Signac nel 1899[2]. La continuità visiva, oltre che semantica, tra il mosaico bassomedievale e il dipinto del XIX secolo è realizzata tramite la dissolvenza di due sequenze video[3] che si fondono l’una nell’altra attraverso l’effetto “neve” del televisore.

Similitudini visive e tecniche
L’opera di Sartorelli – come suggerisce il titolo – evidenzia la somiglianza formale e concettuale fra le tre immagini, in quanto basate su elementi discontinui che l’occhio umano coglie in maniera unitaria, ricostruendo la forma. L’analogia richiamata dal titolo, quindi, è quella tra le tessere policrome a pasta vitrea, la pennellata divisa del Neoimpressionismo e la natura discreta dell’immagine elettronica, nella sua forma pura, per così dire, prima che si definisca nella ripresa della telecamera. Solo individuando correttamente il riferimento iconografico con cui si conclude Analogie, infatti, è possibile comprendere a pieno il lavoro: il paragone con le tessere musive e la “neve” televisiva è teoricamente e tecnicamente coerente con il pointillisme […].
Se il veneziano Sartorelli non ha scelto qualche dettaglio dei mosaici di San Marco, pure ampiamente riprodotti a colori in belle e accessibili pubblicazioni, probabilmente, oltre alla fattura più raffinata, è perché l’Ecclesia romana evoca fin dal titolo una teoria delle immagini e un orizzonte culturale in cui la luce è simbolo divino, ampiamente enfatizzato nei testi e nell’architetture sacre, ovvero nell’edificio che correntemente si identifica con la chiesa/ecclesia. D’altronde anche la pittura neoimpressionista si fonda su specifiche teorie della luce e della percezione visiva, aspirando a eguagliare la cosiddetta sintesi additiva, ottenuta dalla mescolanza delle luci colorate sulla retina dell’osservatore, di gran lunga più luminosa della mescolanza fisica dei pigmenti sulla tela. Analogie, tuttavia, pur evocando questo aspetto, punta principalmente sulla natura discontinua e frammentaria delle tre immagini messe a confronto.
Dopo gli studi tecnici e senza aver completato la formazione accademica, Guido Sartorelli (Venezia, 1936-2016) è attivo nell’ambito della grafica industriale e commerciale, un artista colto, che si confronta con il videotape in età matura. Autore di libri, curatore in quegli stessi anni Settanta di alcune mostre di ambito veneziano, incentra buona parte della produzione artistica di quel decennio sull’analisi visiva di opere della grande pittura di età moderna: «iniziai a pensare che il mio lavoro sarebbe stato meglio definito se i miei schemi geometrici fossero stati direttamente sovrapposti alle stesse opere su cui ragionavo, presentate sotto forma di gigantografie in bianco e nero. Così feci. Scelsi via via opere di Piero, Leonardo, Antonello, Raffaello, Giovanni Bellini, tutti chiaramente scomponibili e ricostruibili nella loro struttura spaziale»[4].
La maggior parte della produzione video di Sartorelli si muove proprio nel solco di tali analisi visive, attraverso griglie geometriche disegnate dall’artista per mettere in luce composizioni prospettiche, moduli ritmici e regole armoniche individuate in pittori a lui cari. […] Analogie fa eccezione: sebbene parta ugualmente da due riproduzioni a stampa di opere d’arte, il videotape si concentra sulla specificità del linguaggio e della tecnologia elettronica. Il disegno compositivo e la griglia prospettica su cui insistono gli altri videotape lasciano il posto agli elementi discreti che compongono il campo visivo: l’immagine si costruisce per unità minime di luce colorata, seppure obtorto collo rese nella scala di grigi della telecamera in bianco e nero.
[…] Sartorelli – per il quale il 1967 è un anno di letture appassionate e folgoranti, tra cui anche Comprendere i media di Marshall McLuhan[5] – nel 1978 ha probabilmente ancora in mente il passaggio in cui lo studioso canadese parla di mosaico televisivo associandolo al pointillisme di Georges Seurat, in quanto entrambi immagini fredde, ovvero con una “bassa definizione” che necessita dell’intervento attivo della percezione visiva[6]. […] Analogie […], idealmente sul confine cronologico fra Neoavanguardie e cosiddetto “ritorno alla pittura” e quasi a conclusione della fase aurorale della videoarte italiana, esemplifica la transizione dalla sperimentazione sul medium e dall’approccio metalinguistico verso un uso prevalente della figurazione e della narrazione. Così, nel video le due anime convivono e si fondono l’una nell’altra. 

[1] Il testo è un estratto da Francesca Gallo, Mosaico e pittura in videotape, tra opere d’arte originali e riproduzioni, nel lavoro di Guido Sartorelli e di Maurizio Bonora, in Studi in onore di Marina Righetti, Milano, Silvana, 2021, pp. 274-282. Tale saggio era nato anche come omaggio alla memoria di Giudo Sartorelli che diversi anni prima mi aveva inviato la versione digitale della maggior parte dei suoi video storici, in autonomia e con lungimiranza trasferito dai supporti originali. 
[2] D. Marangon (a cura di), Videotapes del Cavallino, Venezia 2005. 
[3] L. Parolo, Preservare la videoarte: Guido Sartorelli e l’uso artistico del video, in R. Caldura (a cura di), Arte e città: opere di Guido Sartorelli, Venezia 2018, pp. 21-34. 
[4] G. Sartorelli cit. in G. Bianchi, Guido Sartorelli nella storia del Cavallino, in R. Caldura (a cura di), Arte e città: opere di Guido Sartorelli, Venezia 2018, pp. 46-50. 
[5] G. Sartorelli, Videoappunti, in D. Marangon (a cura di), Videotapes del Cavallino, Venezia 2005, pp. 117-119. 
[6] M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare. Mass media e società moderna, Milano 1967.

LINDA MAVIAN

Poetessa. Storica dell’arte, si occupa di beni culturali e di paesaggio.

Un’esperienza condivisa
L’amicizia che ci univa,  la sintonia che percepivamo, hanno indotto Guido Sartorelli e me a produrre insieme, con grande entusiasmo ed emozione da parte mia, un’impresa di cui entrambi, in modi diversi, siamo autori: la realizzazione del libro Dove la città diviene cielo, edito nel 2011 da Supernova, in cui fotogrammi di opere di Guido Sartorelli e mie poesie si accostano e si rispecchiano, come bene osserva Toni Toniato nella sua preziosa prefazione all’opera, instaurando un dialogo tra “mondo-parola e mondo-immagine” senza mai perseguire uno scopo descrittivo o illustrativo.
Le immagini presenti  all’interno del libro e sulla copertina  sono tratte dal vasto repertorio di fotografie di cui Guido è autore, già incluse nelle sue opere; sono, a volte, particolari ingranditi fino a sgranarsi completamente, o modificati e rielaborati con nuove aggiunte, così da assumere una vita propria rispetto all’originale. 
L’intervento attuato su di esse le rende, a tutti gli effetti, delle opere nuove.
Guido aveva a disposizione un numero illimitato di foto da lui scattate, a cui attingere. Si affidava appositamente alla “bassa tecnologia”.
Come ebbe modo di specificare nell’ambito di una conversazione con Riccardo Caldura, pubblicata in Per pretesto e per amore nel 2004, non perseguiva eccessi di tecnicismo, per questo utilizzava un modello semplice di reflex, prediligeva gli scatti in B/N, su cui, dopo la stampa, interveniva con passaggi di fotocopiatore digitale, per utilizzarli successivamente nei suoi collages. 
Paragonavo le combinazioni che potevano sortire dalla selezione e accostamento di queste immagini a quelle che possono scaturire dagli abbinamenti delle lettere dell’alfabeto, con cui comporre parole, frasi, pensieri sempre nuovi e diversi.
Ero affascinata da questo suo modo di lavorare.
Tra i tasselli del bagaglio iconografico in grado di veicolare il suo messaggio, non è possibile non scorgere una predilezione per determinati elementi base, che spaziano dal mondo vegetale, dove radici e rami degli alberi sono quasi interscambiabili, alla rarefazione del cielo e delle nuvole, ai riflessi dell’acqua, alla materia  ruvida di muri sbrecciati e di mattoni consunti, al fascino emanato da particolari architettonici, ai quali è assegnato il compito di condensare il senso di un tessuto urbano, sovente identificabile con la città lagunare.
Gli scatti fotografici erano conservati e catalogati da Guido,  con spirito inventariale,  in apposite scatole sul cui dorso era indicato il contenuto: nuvole, prati, alberi, muro merlato, fili, cortecce …  
Queste raccolte, con i loro contenitori, sono divenute esse stesse sovente un elemento protagonista  nella composizione delle sue opere, come, ad esempio, in Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione, del 2005, in Metropolis, del 2006, in Narcissus, del 2006, come è possibile evincere dalle foto inserite nelle sue pubblicazioni e nel sito.
Per tornare al farsi del libro, alla sua architettura, lavoravamo insieme nel definire la sequenza delle poesie, mentre è stato Guido a proporre quelle a cui abbinare le immagini con cui creare un legame visivo. Dalla poesia scelta Guido selezionava un verso o una parte di esso, che veniva posto a didascalia/titolo dell’immagine. 
Lo scopo prefisso era di sviluppare un dialogo tra opera visiva e testo poetico, senza sovrapponimenti, al fine di indurre un riconoscimento reciproco tra i due linguaggi, come bene osserva Toni Toniato. 
Nelle immagini, si è detto, elementi già inseriti nelle sue composizioni sono riproposti in modo diverso, a costituire una nuova opera: l’acqua e il muro di mattoni di tutto cominciò quando una nave non poteva salpare, a p.17, sono rintracciabili in Venezia, collage di fotocopie digitali, del 2001, oltre che in altre opere; il Giulio Cesare di Storia, del 2002  scende dalla dimensione aulica per essere calato in da cui entrare e uscire, a p. 63, in un paesaggio domestico, mentre quelle che in Magritte in Berlin,  del 1997 e in Berlin, del 1998, erano tessere più volte replicate di un mosaico, in si rispecchiano, a p. 37, ritornano per corrispondersi, questa volta in primo piano, in un dialogo esente da ogni dimensione temporale. 
L’intervento di Guido sulle immagini, a volte ingrandite fino a renderle quasi astratte, perviene spesso a evidenziare i pixel da cui sono composte. Così, in la voce del tuono dà una dimensione al cielo, a p. 25, le particelle divengono il ductus di una composizione morbida, in cui le differenze di luce modulano profondità e delicatezza; in molti confini, a p. 31, sembrano appartenere alla materia di una tela inesistente su cui poggia l’elemento in primo piano, tratto, pur se modificato, da Città sottile, del 1986; in silenziosa astronave senza motore, così bella, a p. 45, le piccole incrostazioni, che sembrano non potersi staccare da superfici metalliche non rappresentate, ma solo intuite, arrivano a definire la prospettiva delle campiture di cielo; in grammi di immagini, a p. 57, raggiungono una grandezza che le trasforma in elementi dotati di vita propria, quasi fiori di un prato, su cui sembra proiettarsi l’ombra di una figura galleggiante; infine, in i pensieri della foresta, a 71, divengono le vere protagoniste.
Ci soffermavamo talora, nei nostri dialoghi, su tema dei pixel, quelli connessi all’elaborazione delle immagini delle trasmissioni televisive –in questo caso veicolo del controverso processo di omologazione incentivato dal dominio del piccolo schermo – oppure medium delle immagini digitali, particelle di base essenziali, elemento distintivo e protagonista della videoarte.
Eravamo affascinati dal blizzard in cui le immagini sembravano sciogliersi o riemergere. 
Il naturale approdo di questo nostro conversare era il videotape Analogie , del 1978, prodotto per la Galleria del Cavallino, in cui Guido aveva evidenziato l’affinità tra pixel, tecniche musive e il puntinismo di fine Ottocento.
L’attenzione per la città, che ci accomunava, ha lasciato traccia nel titolo del libro di cui siamo autori. 
La sua realizzazione è stata per me un’esperienza formativa, di arricchimento, che mi è particolarmente cara, che non posso paragonare ad alcun’altra. 
Grazie, caro Guido, per avermi reso partecipe della tua creatività, per averla condivisa con me, per i giorni, le considerazioni, i pensieri preziosi.

CONTRIBUTI SU TESTI CRITICI

Questa sezione raccoglie frammenti ed estratti di testi critici dedicati alla ricerca e alle sperimentazioni artistiche di Guido Sartorelli.

Vittorio Fagone

da ‘Nell’occasione di un incontro con Mondrian, considerazioni critiche sul lavoro di Guido Sartorelli’

Sartorelli ama le città. Ama le città del Mediterraneo, dell’Europa e dell’America, ma privilegia le prime. Sartorelli è veneziano. Io credo che nessuna realtà urbana abbia tante complessità, modularità e plasmabilità fantastiche quante ne ha Venezia. So di dire un luogo comune, mi piace personalmente riaffermarlo.
In Sartorelli, l’uso della tecnica fotografica non è l’addizione di un mezzo puramente ottico e automatico, ma una selezione, nel senso stretto del termine, di particolari addensamenti del nero, che, in un intero ciclo di opere, vengono esaltati dal processo della xerografia.
Il lavoro di Sartorelli è dunque una specie di scrittura e di mosaico orientato; è la costituzione di un alfabeto di segni ed è modulazione di questo alfabeto dentro una unità comunicativa.

Massimo dona’

da ‘Dell’arte in una certa direzione.
appunti su guido sartorelli’

Sartorelli è artista che vuole dare pelle nuova all’arte, anzi che vuole farsi nuovo, nel nome di una sua utopica, ma necessaria libertà. Egli è artista e civis: “in uno”, però. E conosce bene questa radicale “contraddizione”, mai soddisfatta, perché mai davvero soddisfacibile. Consapevole di tale paradosso, egli sa fare della contraddizione la ragione di un “urlo” capace di scardinare tutte le idee dominanti; da ciò il suo operare… ovvero, un’esperienza di vera, autentica, nonché radicale e virtuosa epoché.

Toni Toniato

da ‘dove la citta’ diviene cielo’

Sartorelli lavora con la fotografia e il video per costruire possibilmente una sorta di antropologia visuale di grandi città nel mondo, attraverso un corrispondente ma pure esemplare inventario di segni e di simboli da lui selezionati e poi decodificati e reinterpretati, arrivando implicitamente a configurare, nelle sue razionali astrazioni, specifiche identità dei relativi ambienti urbani, ma anche a segnalare alcuni aspetti delle riguardanti situazioni sociali e dei locali fenomeni naturali, fornendo perciò un nuovo modo di vedere e di comprendere la realtà dello spazio in cui vive.

Giuseppina Dal Canton

da ‘segni e simboli della berlino di sartorelli’

Le opere di Sartorelli partono da sistematiche ricognizioni e documentazioni fotografiche di intere città europee, delle quali l’artista sceglie poi frammenti, ossia parti per lui particolarmente significative, unità iconiche destinate a formare il codice di base dal quale dipenderà ogni suo “discorso” su questa o quella realtà urbana, ossia ogni quadro che rappresenta.

roberto ellero

da ‘sconfini d’europa. le citta’ possibili di guido sartorelli’

Guido Sartorelli è un artista veneziano che ha fatto dello sconfinamento la cifra metalinguistica della propria espressione artistica. Pioniere della videoarte, considera la separazione di genere un limite insormontabile, attribuendo alle tecniche il compito strumentale di adeguarsi alla versatilità di un linguaggio plurimo. Plurimo e polisemico, perché non riconducibile all’autoreferenzialità di ciascuna tecnica, che naturalmente egli conosce e pratica alla perfezione, senza tuttavia alcun ideologismo reverenziale.
Fra gli ambiti della sua ricerca, il contesto urbano, la città e i suoi segni costituiscono una significativa costante che segnala la profonda socialità del suo operare. Espressione e comunicazione, non più afflitti da dicotomie dualistiche, mostrano di convivere dialetticamente nelle forme dell’ibridazione linguistica, dove pittura, grafica, fotografia e immagini in movimento concorrono a inventare una rappresentazione mai univoca e ultimamente riconciliata dell’esistente.
Persino il portare a sintesi tecniche e generi resta pur sempre un mezzo, mai un fine, insistendo ad interrogare l’arte nel suo farsi.

angela madesani

da ‘banchi di nubi sparse. note su alcuni recenti lavori di guido sartorelli’

L’artista è anticipatore, vedetta delle problematiche che saranno poi della società civile. L’artista ha spesso la lungimiranza, la capacità straordinaria di vedere oltre, di cogliere al di là delle strette contingenze politiche, costrette dalle maglie di una quotidianità soffocante.

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