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Benvenuti nel sito di Guido Sartorelli.

LETTERE A GUIDO

Questa sezione raccoglie testimonianze professionali e personali, dando vita a un racconto corale costruito grazie ai ricordi di chi ha conosciuto Guido Sartorelli o è entrato in contatto con la sua arte. Il progetto a lui dedicato nasce proprio da questo insieme di voci, con l’intento di preservarne e diffonderne la memoria artistica e umana, non solo attraverso la documentazione disponibile, ma anche tramite le parole di chi lo ha conosciuto direttamente.

Denis Isaia Ufficio Collezioni-Direttore sostituto MART ROVERETO

“Il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto conserva due opere di Guido Sartorelli. 
Entrambe sono frutto di una preziosa donazione a integrazione delle testimonianze sulle seconde avanguardie del Novecento.
Con questo proposito, nel 2016, presso la Galleria Civica di Trento è stata esposta la serie Il segno urbano.
Codice veneziano (1977) in occasione della mostra L’avanguardia intermedia con la cura di Alessandro Del Puppo con Denis Viva e Gabriele Salvaterra.
Il progetto espositivo ha fatto il punto sulla sperimentazione a Venezia tra il 1913 e il 2013. L’affondo lagunare del progetto combaciava perfettamente con l’indagine fotografica sui codici visivi della città, testimoni del fare errante e combinatorio di Sartorelli.
Memori di quella scelta nel 2025 abbiamo accettato con interesse la donazione di Città – Mass media (1983).
L’opera comprende sei pannelli di 60×80 cm cadauno. In ognuno Sartorelli affianca le fotografie di alcuni dettagli d’arte pubblica – una statua equestre, un timpano barocco, un obelisco – con una o più fotografie di schermi televisivi. L’artista punta l’obiettivo della macchina fotografica e con esso il dito sulla combinazione tra lo spettacolo della comunicazione monumentale pubblica della città che si traduceva, nel passato più di oggi, in comunicazione pubblica e la comunicazione contemporanea racchiusa nello schermo televisivo. Pur non sottolineandolo, pare evidente che nella logica dell’artista tale miniaturizzazione, dallo spazio urbano a quello televisivo, corrisponde a una riduzione della visione.
In altre parole, il nostro codice non si concretizza più nella materia costruita o scolpita, ma nelle immagini che si susseguono in un piccolo quadrato.
Se avesse visto l’esplosione degli smartphone, chissà l’ottimo Sartorelli che avrebbe pensato…”


Denis Isaia, Rovereto, giugno 2026

PIER PAOLO fassetta

Caro Guido,

di questa mia esperienza te ne avrei parlato la prossima volta che ci fossimo incontrati.

Una sera della scorsa primavera a Milano, affacciandomi alla finestra della stanza d’albergo, fui attratto da una grande luce al neon che illuminava il cielo e le pareti dei colori del glorioso marchio Martini & Rossi.

Sopra il tetto di un palazzone, una enorme insegna, sostenuta da una scheletrica impalcatura in ferro, si accendeva e spegneva riempiendo di sgargianti colori il nero della notte. Una sorta di grande dinosauro che, con regolare cadenza, si svelava agli occhi dei passanti.

Pensai a te, a quando mi parlavi con una certa nostalgia di Piazza Duomo illuminata dalle insegne pubblicitarie, alla Milano degli anni ’60 nebbiosa, annerita dallo smog, attraversata dalle luci caotiche della Città che sale.

Oggi le insegne non ci sono più. È tutto più moderno.

Grazie per la tua amicizia.

Buon viaggio,

Pier Paolo Fassetta

LINDA MAVIAN

Caro Guido,

la nostra amicizia è nata circa dodici anni fa.

Abbiamo cominciato a frequentarci proprio nell’ambito della collaborazione a Nexus; rappresentavi un punto di riferimento per tutto quanto concerne la città di Venezia, il suo divenire, gli interventi recenti sul suo tessuto urbano; mi consultavo con te quando, nel redigere un articolo su tali argomenti, avevo qualche incertezza. Fin da allora ero rimasta colpita dalla tua innata gentilezza e dalla disponibilità dimostrate nel fornirmi elementi in grado di dissolvere i miei dubbi.

In questi primi passi della nostra amicizia, mi sembrava quasi impossibile potermi rivolgere a te con tale semplice facilità, in quanto rappresentavi “un mostro sacro”.

Alla fine degli anni Settanta, infatti, avevo avuto modo di apprezzare la tua mostra Il Segno urbano alla Fondazione Bevilacqua La Masa, segnalataci all’Università da Giuseppe Mazzariol, che aveva promosso alcuni seminari sulla città di Venezia.

Da allora la tua immagine era rimasta connessa a grande rispetto e ammirazione.

Ti sono grata per la tua amicizia, che si è consolidata nel corso degli anni e che considero un privilegio.

Ho potuto così accostarmi alla tua espressione artistica e apprezzare il rigore con cui davi forma al processo creativo.

La tua sensibilità, così acuta, e il tuo grande senso civico divenivano talora per te fonte di sofferenza, perché eri incline a vivere fino in fondo, portandone dolorosamente il peso, le contraddizioni che lacerano il nostro tempo. Visitare con te un’esposizione costituiva una grande

occasione: grazie alle tue riflessioni e alla tua guida, significava entrare in una dimensione senza tempo, in un territorio da cui le turbolenze e la sofferenza rimanevano momentaneamente escluse.

Nei momenti difficili sapevi sempre, con sollecitudine, porgere sostegno e conforto.

In questi anni avevamo avvertito alcune affinità, quali l’interesse per la città e per i processi insediativi, scoprendo che, proprio in questo campo, un dato ci accomunava inconsapevolmente: il titolo Città leggera, che denominava un tuo quadro e una mia raccolta di poesie.

Frequentarti è stato un dono; stare accanto a te, infatti, significava avvicinare la delicatezza del tuo animo, giovarsi della tua diretta esperienza dell’arte, della generosità con cui trasmettevi il tuo pensiero, profondo e motivato, offerto con garbo e senza alcun accademismo, sia durante il dialogo, sia nell’incontro con le tue riflessioni tramite la lettura dei numerosi libri da te scritti, in cui si percepisce la tua naturale inclinazione per tale forma di comunicazione.

Nel tempo si era andata delineando la volontà di realizzare insieme un progetto, che potesse racchiudere il nostro simile e, al tempo stesso, diverso processo espressivo.

Anche di questo ti sono profondamente grata.

Aver potuto condividere con te alcune realizzazioni è stata, infatti, un’esperienza che mi ha immensamente arricchito. Tra esse, il libro di poesie Aliante del mattino, edito da LietoColle nel 2008, in cui sono pubblicate alcune immagini desunte dalla tua serie dedicata alle Cattedrali europee. Il libro non ha tratto giovamento solo da questo tuo prezioso apporto, ma anche dall’aiuto, che, durante la fase preparatoria, hai saputo porgere, con la tua particolare sensibilità, nella scelta delle poesie e delle sequenze con cui esse vennero presentate.

Alcuni anni dopo, nel 2012, abbiamo dato forma a un progetto ancor più impegnativo: per i tipi della casa editrice Supernova, è stato pubblicato Dove la città diviene cielo, di cui siamo coautori, tu per le bellissime immagini, io per le poesie e, insieme, per la scelta delle sezioni, in un procedimento di convergenze così bene interpretato da Toni Toniato, nella sua introduzione al libro.

Caro Guido, grazie, mi mancano tanto la tua amicizia, la tua raffinata intelligenza e la tua bontà, manchi a tutti noi e alla Città.

Linda Mavian

MARISA TUMICELLI

In questo libecciare altissimo dell’aria

“Si risommuove il cielo delle nubi a strati / il vento che dismembra in questo libecciare / altissimo dell’aria e si rifende / in vertigini d’azzurrità mutevole…”

Giorno di ottobre con solennità d’autunno

“Si smorzano e riavvampano tutte le cose che la luce incontra”. Si è spezzato il tuo cuore in un solco di vita. Dolore… dolore… Nel tempo di un istante la tua rapida assenza ma come luce venuta dal mare la tua silenziosa presenza con sguardo e capelli sparsi a dare fiato alle mie parole, a colorire i miei pensieri in un balzo di immagini. Dentro un ardore di incontri d’arte eri effusione di parola.

“Sentivi il battito fremente delle cose.” Idee sognanti con sensibilità d’amore le tue opere. Visioni di luce soffusa su geometrie di spazi. Le ho contemplate nei libri poetici di Linda Mavian. Immagini nate da versi “che suonano nel cuore.” Pagine preziose che avvolgono dentro respiri d’aria. La tua fantasia a esprimersi con leggerezza di peso quasi in sospensione. Bellezza in ascensione, bellezza che veleggia, bellezza stupore essenza. Artista raffinato a celebrare delicate composizioni con rara intensità alfabetica. Soffici incanti. Grazie per il dono della tua amicizia nel tempo d’estate con vicinanza di residenze. Le serate di poesia sotto le stelle. I giardini fioriti. Il volto della luna. Ripenso a quei momenti. Uno scorrere di parole e sorrisi, di affettuosi saluti, di vibrate gentilezze “fra quiete trasparenze” nel respiro di brezze marine. Mi chiamavi Marisella… Con dolcezza.

“Il ricordo della tua voce che sorride è qui.” Quella voce stanca dentro il telefono dal tuo letto di sofferenze e di speranza a ripetere versi che ti inviavo. Poi giorni dentro silenzi.

“Una chiamata verticale fra cime, fra stelle. Un canto d’eternità immenso.” E tu a dire: “E resto qui. Resto, non torno.” E io a inaugurare uno stupore “in un libecciare altissimo dell’aria.”

Marisa Tumicelli

CRISTIANA MOLDI-RAVENNA

Ricordare le mostre che Guido Sartorelli e io abbiamo realizzato assieme per 5 anni dal 1980 al 1985 è molto piacevole ed è un modo per celebrarlo. È cominciato tutto per caso durante un viaggio in auto verso Londra, Guido era ospite della mia famiglia.

Avevo già realizzato delle mostre concettuali. E Guido aveva la fissazione del Segno Urbano che modifica la realtà visiva di ogni città e particolarmente di Venezia (si ricorda la mostra rivoluzionaria alla Bevilacqua La Masa fine anni ‘70).

L’idea prima della nostra collaborazione apparve molto chiara andando in auto verso Londra, mezzo indispensabile per osservare città e paesaggi da vicino. Modi di vita urbana e rurale, mano a mano che si procedeva, ci venivano incontro. Era una sfida che conoscevo da sempre, quella di indovinare il tipo di città che si sarebbe visitata da dettagli esterni, anche minuscoli, che permettevano di capire la trasformazione dei territori. Guido si arrabbiava furiosamente quando vedeva la trascuratezza in cui molte città versavano, al sud, e anche Venezia stessa. Si arrovellava sulla incapacità dei governi locali ad amministrare il decoro. Alla frontiera con la Svizzera, ricordo, raggiunse il massimo livore perché si domandava come mai in Svizzera, appena attraversato il confine, gli apparati urbani, dai marciapiedi alle aiuole fiorite, fossero così ordinati, così rispettosi del suolo pubblico, con una progettualità etica così elevata. “Forse perché erano pochi, ricchi o che cosa poteva essere mai?” A quel punto mio marito, architetto, adduceva motivi di tradizione urbanistica e architettonica, per cui il pensiero dei progettisti veniva rispettato completamente in quella nazione.

Invece io, da sempre attratta dalle diverse ritualità e organizzazioni religiose (ognuno ha un destino segnato anche nel nome, per me anche nei cognomi) aggiungevo che, più logicamente, Giovanni Calvino nella sua Institution Chrétienne aveva influenzato prepotentemente la società elvetica con le sue Regole severe, ispirate al vivere civile come in una cittadella celeste in cui tutto quello che veniva fatto, fin dai lavori più umili, doveva essere realizzato per glorificare il Signore. Poi sciorinai da sapientina alcune di quelle regole, ad esempio e prima di tutte, la confessione diretta con Dio, e la logica incertezza dell’assoluzione, motivo per cui le persone dovevano comportarsi con rigore e lealtà, come in tutte le religioni protestanti.

La religione cattolica invece perdonava e quindi il peccatore una volta sicuro dell’assoluzione, poteva tornare a peccare. Guido rimase molto meravigliato e zitto. La motivazione religiosa era pertinentissima e lo colpì molto. Prima di tutto perché era ateo, con un certo vanto, e aveva sempre considerato le ritualità, in particolare quella cattolica, come una manifestazione di ignoranza e di mancanza di analisi razionale.

Negli anni ‘80 c’era un gran fermento culturale e si proclamava l’utilità degli artisti nella società. Da Modena ci arrivò l’incarico per un’analisi tematica di questo tipo, le amministrazioni emiliane erano sempre avanti rispetto alle altre per Cultura. Doveva essere documentata con foto, e nacque così Roma – Ginevra Corrispondenze tra cultura religiosa e segno urbano. Ebbe un grande successo, pubblicazione di 20 pagine su inArch di Bruno Zevi, per la novità dell’analisi religiosa che veniva proposta e dell’influenza che da sempre la religione esercita psicologicamente sui popoli fino a dettare le regole del vivere comune e a plasmare la trasformazione dei segni della città. La mostra venne esposta in varie città e fu la prima, forse la più importante di altre che arrivarono, perché le motivazioni tematiche alla base dell’analisi fotografica erano estremamente convincenti e originali. I nostri lavori erano considerati “di utilità culturale per la società” ed erano conseguentemente ricompensati economicamente.

Guido teneva molto al ruolo dell’artista come faro, come indefesso lavoratore del cervello. I critici più attenti registrarono l’importanza storica dei nostri lavori, in particolare G.C. Argan, Enrico Crispolti, A. Bonito Oliva, Giorgio Cortenova, Gillo Dorfles, Mirella Bentivoglio, il filosofo Mario Perniola, Wilfried Skreiner e prima di tutti Toni Toniato.

Altri addetti ai lavori riconobbero l’assoluta originalità del nostro prodotto. Guido si tenne, in modo molto deciso, sempre sull’interpretazione dell’apparato effimero della città e io su quello storico letterario. Nel Segno di Modena e Nelle forme della città, Galleria del Cavallino, Venezia; Semiopolis, Comune di Venezia; Graz Zeichen Eine Stadt, Landesmuseum di Graz; La città come mezzo pubblicitario, Venezia; La città come strumento di comunicazione, Siena; Metamorphoses, Marsiglia (organizzata da Gianni De Luigi). Una decina di progetti e mostre di cui la più complessa fu senza dubbio Semiopolis, in cui confluirono le esperienze delle passate mostre e si cercò di dare un’idea complessiva di quello che significa “città” nel mondo, con foto di New York, Londra e altre importanti metropoli. Enrico Crispolti avrebbe voluto curare una pubblicazione sulle nostre mostre sulla città, ma poi mancò l’accordo. È un progetto che sicuramente Guido amerebbe veder pubblicato.

Poi Guido si dedicò alla frammentazione delle immagini e alla fantasiosa ricostruzione di realtà urbane. Comunque la nostra scommessa di riuscire ad analizzare e sintetizzare i pensieri dei popoli che avevano costruito le città era vinta. Il nostro studio diventava quasi automatico. Il metodo consisteva nel partire da dati geografici, storici, etnici in maniera molto analitica. Tutte le città potevano essere studiate come noi avevamo fatto. È un suggerimento per il futuro: se ci saranno forze impegnate costantemente a capire e risolvere gli ingorghi urbani, in particolare ora che il turismo sembra essere l’unico metro di analisi delle realtà, le nostre città potranno ancora vivere la dimensione “cartesiana” che Guido Sartorelli prediligeva.

Cristiana Moldi-Ravenna

GIOVANNI DISTEFANO

GUIDO SARTORELLI UN AMICO E UN MAESTRO

Se Nexus continua a vivere è in fondo anche un suo grande merito, nel senso che in certi momenti senza di lui e senza i suoi insegnamenti questo periodico dedicato a Venezia, la città che lui amava in modo straordinario coinvolgendomi in altrettanto amore, avrebbe chiuso già da tempo.

Quando la prima redazione che riuscì a produrre 3 numeri decise di sciogliersi fu Guido a sostenermi nella preparazione dei vari numeri, per anni con l’aiuto preziosissimo, sempre, di Letizia Lanza. Poi riuscimmo, lui e io, a coinvolgere Paolo Pennisi e furono momenti splendidi per Nexus. Mancato Paolo è stato ancora Guido l’anima del periodico fino a quando non si è formata una redazione tutta femminile: Letizia Lanza, Mariuccia Regina, Cristiana Moldi-Ravenna, Daniela Zamburlin, e allora Guido ha cominciato a defilarsi. Proprio con gli ultimi due numeri (99 e 100) ero riuscito a convincerlo a riprendere i contatti con Nexus e lui aveva ideato una rubrica, Controcorrente, controcorrente come lui è stato nella sua vita, seguendo sempre il suo pensiero, mai piegandosi alle mode, mai uniformandolo: sempre un po’ sopra, sempre originale, sempre il pensiero di Guido Sartorelli.

Un amico che mi manca, anche perché Guido era prodigo di consigli, di stimoli. A lui devo molte altre cose, a lui devo gli incoraggiamenti a continuare certi lavori su Venezia. Ricordo qui le sue copertine del volume Storia di Venezia 1797-1997 (Supernova 1996-1997) che ho scritto con Giannantonio Paladini, e molte altre copertine di Supernova che non volle mai firmare. Non posso dimenticare che con lui ho progettato l’Atlante Storico di Venezia (Supernova 2007), che sua è l’idea dell’impaginazione e che senza il suo sostegno avrei forse abbandonato a metà l’opera, quando il peso delle notizie storiche da sistemare sembrava schiacciarmi. A Guido devo molto, moltissimo.

Da parte mia ho cercato di editare al meglio con i tipi di Supernova, ma sempre sotto la sua puntuale e decisa regia, tutti i suoi libri sull’arte. Pensiero sottile quello di Guido, intelligente, chiaro, stimolante. I suoi libri sono tappe fondamentali nel percorso artistico.

Giovanni Distefano

CLAUDIO FASOLI

IL MIO AMICO GUIDO SARTORELLI

Abitavamo al Lido di Venezia, in via Lepanto, lui al pianterreno ed io al piano sopra il suo. Aveva un bel giardino pieno di alberi di fichi e di amoli  nel quale razzolava  qualche gallina e qualche raro tacchino.

Sua sorella era sempre molto sorridente e la mamma molto allegra e mi salutava con simpatia quando io mi affacciavo alla finestra. Di suo papà ricordo solo che era stato ferito combattendo e che poi era rientrato al Lido. 

Aveva cinque anni più di me e questa differenza di età influenzò i nostri giochi, quando eravamo piccoli. Quando si ha 5 e 10 anni oppure 10 e 15 è difficile giocare insieme però ci eravamo simpatici. Gli studi, il lavoro e la vita ci allontanarono per un po’ ed iniziammo conoscerci quando mi fece arrivare 2 suoi piccoli olii e allora ci incontrammo a Milano. Ormai grandi. Guido era rimasto come me lo ricordavo: cordiale, disponibile, schietto, molto impegnato, molto curioso, che si muoveva con padronanza e intelligenza nella cultura. Scoprii che era molto documentato sulla mia attività musicale e mi colpì il suo apprezzamento. 

Visitai a Milano una sua esposizione e vidi la forza dirompente delle sue opere che però mi fu più chiara quando me ne parlò perché io suonassi in occasione di qualche sua vernice. E così ho incontrato il suo coraggioso pensiero, il suo innovativo linguaggio, la sua  imprevedibilità manifestata soprattutto nelle immagini fotografiche tagliate e ricomposte in componimenti espressivi ed esplosivi. 

Iniziammo a frequentarci. Ormai eravamo grandi  e potevamo scambiarci idee e prospettive, lui aveva un pensiero inesauribile ed insieme cercavamo il nuovo ed il diverso, l’imprevedibile. 

Io suonavo musica “difficile” e lui faceva opere “difficili”. Ci eravamo incontrati.

Claudio Fasoli

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